LA GOLOSA STORIA DEL CRI-CRI

“Praline vestite da caramelle”: è questa forse la definizione che meglio coglie le caratteristiche e lo spirito di un dolce che si può considerare una felice sintesi dell’arte cioccolatiera e confettiera. Hanno un’anima di nocciola tostata ricoperta di cioccolato fondente e sono rivestite di bianca mompariglia (minuscole sferette di zucchero).

Sono ormai entrate a far parte del nostro immaginario collettivo, merito forse di quella forma e di quell’involucro che le fanno sembrare caramelle, o di quell’originale copertura di piccolissime palline zuccherine che la rendono inconfondibile alla vista e irresistibile al morso, o forse è per la loro carta paraffinata dai colori brillanti e dai bordi vezzosamente frastagliati.

Eleganza con un tocco di scanzonata ironia; classicità in una veste accattivante e originale; tradizione vivacemente rinnovata; raffinata prelibatezza e semplice piacere; delicatezza e intensità: questi sono gli ingredienti di una pralina che continua a frequentare con disinvoltura salotti bene e popolari bancarelle e sa soddisfare palati più o meno esigenti.

Prediletta dai bambini per il suo aspetto di caramella coloratissima e per le sue giocose microsfere di candido zucchero, sa risvegliare negli adulti quel piacere segreto e un po’ infantile di sentire sulla lingua il solletico delle palline, vincere la croccante resistenza, affondare nell’intensità vellutata del cioccolato e scoprire, infine, la gradevole sorpresa.

I piemontesi, e i torinesi in particolare, vanno fieri di questa golosità, cui riservano un’affettuosa simpatia che forse non riscuote l’altrettanto autoctono ma decisamente più serioso gianduiotto.

La Cri-Cri nasce infatti proprio sotto la Mole Antonelliana, negli anni a cavallo tra 1800 e 1900. Sarà forse per quel suo suono tenero e allegro e per la curiosità che suscita, che il suo nome è legato ad una romantica storia d’amore.

C’era una volta una giovane di nome Cristina. Abitava nella Torino di fine secolo e si guadagnava da vivere cucendo gli eleganti abiti delle signore della buona società sabauda. Una “piemontesina bella”, come quella dell’omonima canzone popolare piemontese, anche lei col suo “studentino” che la stringeva sul cuore e la chiamava col tenero diminutivo di “Cri”.

Lo studentino era solito recarsi in una pasticceria dove comprava delle praline ricoperte di granelli di zucchero, che non mancava mai di portare agli appuntamenti con la sua Cri.
I due innamorati frequentavano la pasticceria e fu proprio lì che la commessa si accorse della simpatia tra i due giovani e sentì il vezzeggiativo con cui lo studente chiamava la sua bella. Non appena entrava, la commessa con il sorriso complice gli chiedeva: “Cri?” e il giovane annuendo rispondeva:”Cri”.

Fu così che quel suono trillante e grazioso divenne il nome con cui il pasticcere decise di battezzare le sue dolci creazioni, in ricordo dei due innamorati.
Questo il romanzo della nascita delle Cri-Cri, ma la vicenda continua, giungendo a varcare la soglia del nostro millennio, portando con sé un bagaglio di storia: quella personale, fatta di alterne fortune, quella delle tante persone che ha allietato prima di noi, ma anche quella con la “S” maiuscola del secolo appena trascorso.

Così, oggi, se mentre la gustiamo proviamo a chiudere gli occhi, possiamo sentire l’intenso e caldo sapore della nostra cultura e della nostra tradizione.
La Cri-Cri vede la luce nella Torino prospera della Belle Epoque, un periodo particolarmente felice della sua storia, quando al benessere economico di affermato centro industriale, si accompagna un clima di grande fermento culturale.

E’ una Torino dalla duplice anima: quella che lavora e produce, ma anche quella “favorevole ai piaceri” di Guido Gozzano. Sono anni che vedono la nascita della FIAT e del cinema, il successo e l’eleganza del settore della moda, la fioritura del teatro, della musica e della letteratura, la voga del Liberty, che si diffonde in Italia proprio a partire dall’Esposizione d’arte decorativa moderna di Torino del 1902.

All’inizio del 1900 le Cri-Cri figurano nei cataloghi delle più importanti aziende dolciarie torinesi, come De Coster, Caffarel, Talmone e sono prodotte di preferenza nel periodo invernale, tra Natale e Carnevale.

Fanno bella mostra di sé nei salotti e tra le dita elegantemente guantate delle signore e signorine di cui era innamorato Guido Gozzano: le “golose” dalle “pupille ghiotte” che mangiando paste nelle confetterie, tra gli “aromi acuti… di creme, di velluti”, ritornano bambine (“Le golose”).
Dagli anni Settanta le Cri-Cri, come altri prodotti dell’industria confettiera piemontese, conoscono un periodo di crisi, vittime di un’ondata di sensibilità salutista che si scatena contro zuccheri e coloranti artificiali.

Per alcuni anni la loro produzione rallenta e si affievolisce limitando la sua presenza sul mercato.
Le Cri-Cri sembrano riscuotere meno successo rispetto a qualche anno prima, ma in tempi brevi tornano timidamente alla ribalta grazie all’intuizione di alcuni artigiani del cioccolato torinesi.
Tra questi la Piemont, che ha forgiato il suo marchio di fabbrica su qualità e tradizione e ha fatto della Cri-Cri il suo fiore all’occhiello.

In questa loro felice seconda esistenza, l’unico cambiamento intervenuto è l’adozione di una mompariglia non più colorata, ma bianca.
A distanza di più di un secolo è stato mantenuto inalterato il loro processo produttivo, hanno conservato il loro involucro colorato e soprattutto il loro sapore, per allietare ancora i nostri palati, come cento anni fa.

Non possiamo che augurarle successi e sperare che in futuro ci saranno sempre persone che sapranno apprezzare e amare questa pralina, capace di racchiudere in sé tanto piacere e tanta tradizione.